20/08/2017 Bivacco Bafile

 

Dal piazzale di Campo Imperatore (2130 m) si sale fino al primo bivio dove si prosegue sul
sentiero di destra che porta fino alla Sella di Monte Aquila. Pochi metri più avanti il sentiero si
divide: a sinistra la Via Normale al Corno Grande, a destra la via che porta fino all’attacco della
Via Direttissima e della Ferrata al Bivacco Bafile.
Lasciato a sinistra il sentiero della Via Normale alla Vetta Occidentale, si risale la cresta verso
Monte Aquila, per poi traversare a sinistra e raggiungere così la Sella di Corno Grande. Dalla Sella
per tracce di sentiero su ghiaie, si risale fino ad un grosso masso, il famoso Sassone.
Poco dopo averlo superato si incontra il bivio che separa il sentiero per la Via Direttissima da
quello per il Bivacco Bafile, ben visibile grazie ad una targa metallica e dai simboli bianco e rossi
con il numero 4 (numero del sentiero).
Svoltando a destra, si percorre un sentiero e un crestone. Si arriva poi alla famosa scaletta
metallica da dove ha inizio il percorso attrezzato. Superato questo passaggio si prosegue su
rocce ripide ed esposte ma con molti appigli, fino a raggiungere un balcone panoramico chiamato
“belvedere”.
Da qui si scende verso la comba ghiaiosa. Si costeggia la base del Torrione Cambi. Si scende per
un canalino per poi risalire la rampa che conduce fino al Bivacco Bafile.

24/06/2017 Monte Prena

Dopo Fonte Cerreto si percorre per circa 10 km. la SS 17 bis direzione Campo Imperatore.
Prima di un 1,5 Km prima del bivio per Castel del Monte, Farindola, Castelli, Albergo Rifugio della Vetica sulla sinistra vi sono diversi sentieri polverosi e sassosi che portano sotto il monte Camicia e monte Prena che già da lontano mostrano la loro imponenza.
Bisogna andare con le macchine giuste altrimenti si rischia di rovinare la coppa dell’olio. 


Il segreto è prendere il sentiero giusto e andare piano piano evitando buche e piccoli avvallamenti.
Si parcheggia avendo davanti a destra il verdeggiante Camicia e a sinistra l’arso e sassoso Prena.
Ed ecco subito una piacevole considerazione. Il vicino monte Camicia appare, dal lato sud, facilmente accessibile dal Vallone di Vradda.
E’ incredibile che, dal suo lato nord, la scalata appare impossibile per via della sua ripidissima morfologia.
Viene chiamato l’Eiger dell’Appennino.
Sabato 24 giugno 2017, otto persone del Cai di Tivoli ed uno del Cai di Roma, guidati da Gianfrancesco Ranieri, sotto un sole impietoso si accingevano a scalare dalla via dei laghetti.
La primissima parte è facile come una passeggiata e si arriva sopra l’ex miniera di bitume o lignite oramai abbandonata.
Però appare evidente una sinistra conformazione: più in basso un fiume di terra e pietre avvallate da precedenti precipitazioni piovose.
Più in alto si scopriranno strette vie e canyon che, in caso di abbondanti piogge, convogliano con tutta la furia le acque meteoriche.
Ancora riecheggia nella memoria tragedie di escursionisti che non si sono avveduti dei gravi rischi in caso di violente precipitazioni.

La via dei laghetti si mostra con discrezione con una bella sorpresa per tutti.
Nonostante il caldo africano ci sono numerose cascatelle e tutte le pozze sono colme di acqua limpida e gelida.
Più sopra parecchi nevai occupano tutto lo spazio a disposizione per gli escursionisti; senza corde, cordini, imbraghi e assicurazioni diventa impossibile proseguire per questa via.
Salire dalla via dei laghetti vuol dire affrontare una scalata che va ben oltre l’escursionismo e si avvicina di molto ad una di alpinismo con passaggi di III.
IL percorso è ben segnalato con i colori rossi e gialli.
Si lascia a sinistra la targa “Via Cieri” che porta al monte Infornace. I primi passaggi sono facili e divertenti poi la prima difficoltà. Un sentiero dove ci si deve arrampicare con le mani e le punte degli scarponi sia ai lati che al centro del passaggio.
Per fortuna la roccia è bianca, liscia e compatta con piccoli pertugi e irregolarità che consentono un discreto appiglio.
E subito ci si trova tra torrioni e pinnacoli rocciosi e secchi come la gola di chi si avventura sotto un sole cocente.
Il segreto in questi casi è bere poco ma spesso così pure per il cibo.
Ad un certo punto ci si trova in uno stretto pertugio dove sopra appare una freccia rossa che indica la strada: destra. Ma quella strada è uno stretto passaggio dove con lo zaino in spalla diventa quasi difficile oltrepassarlo.
Con qualche difficoltà siamo passati tutti senza però prima toglierci il gusto di verificare che a sinistra (della freccia) il passaggio non c’è.
Poco dopo lo scenario cambia di nuovo. Dai pinnacoli si passa ad un terreno pietroso, arso ed arido con gli appigli che quasi si frantumano tra le mani o le punte degli scarponi.
Ancora nevai e pietre sino ad un crinale che lascia intravedere la cima, a sinistra, ma la pendenza ed il terreno sdrucciolevole rallenta il passo.
Prima di arrivare in cima faccio in tempo a fotografare le stelle alpine, così rare, così carnose, così attraenti.
Su tutto il percorso vari tipi di genziane dal colore blu elettrico sgargiante.
Poi, sotto la cima, delle coccinelle tutte stranamente immobili che si crogiolavano al sole.
Come sentinelle a difesa della parte più alta e nobile del monte.
In cima ci ha sorpreso un vento e una pioggiarella rinfrescante.
Una volta in cima si può ammirare la piana di Campo Imperatore, la Majella in lontananza e dall’altro versante tutte le colline del Teramano, il mare allo sfondo, il Corno Grande e nel mezzo tutta la cresta del Centenario.
Durante la discesa abbiamo scorto un gruppo di stambecchi o camosci abruzzesi.
Si riconoscono, gli abruzzesi, per la testa molto dura…..
La via del ritorno più agevole è verso i pratoni del Ferruccio segnalata dalla scritta “Vado Ferruccio” che riporta verso il punto di partenza.
Una considerazione: una volta in cima ero tra i primi tre, tutti maschi, ci siamo guardati in segno di ammirazione ma senza troppo indugiare.
Poi pian piano sono sopraggiunte le donne.
Saluti, baci, abbracci per aver raggiunto la cima.
Solo allora ho realizzato di esserci arrivato.
Brave!
Come sempre donano un tocco diverso, migliore, più adeguato alla situazione.
Non devono mai mancare in questi casi.
Monte Prena, laghetti, stelle alpine, scalate, ghiaccio, camosci. Di più non si poteva proprio sperare. 

Stefano Rossi 

22/02/2016 – Anello Silone – Pescina (AQ)

16/01/2016 – Monte Gennaro

16/08/2002 Turkia – Ararat Expedition 2002

Il monte Ararat con i suoi 5.156 metri risulta essere la cima più alta della regione. E’ situato nelle vicinanze della città di Dugubayazyt nella parte orientale della Turchia al confine con l’Iran e l’Armenia.
Il monte Agri (altro nome del più conosciuto Ararat), un cono di classica origine vulcanica, è alla portata di chiunque abbia discrete conoscenze di alpinismo. La miscela di storia e leggenda circa la presenza della famosa Arca utilizzata da Noè per salvare dal diluvio le specie animali della terra, contribuisce a rendere ancora più affascinante un viaggio già di per se spettacolare e interessante. 

Partita da Milano il 16 agosto 2002, la comitiva di circa 14 persone atterra a Instanbul nella serata dello stesso giorno. Già il giorno successivo ci attende il trasferimento con un volo interno per Van e poi due ore di pulmino per la lontana Dugubayazit, città ad appena 75 minuti di aereo dalla capitale, ma che ci sembra lontana dagli usi e costumi occidentali almeno un secolo. Ci colpisce l’apparente calma, le donne velate e qualche carro armato parcheggiato qua e là.
Ci sistemiamo in un decoroso albergo del centro e finiamo la nostra giornata con una abbondante cena a base di capretto. Il 18 agosto c’è il trasferimento al campo base. Seppur partiti nella prima mattinata, siamo costretti ad attendere fino alle 13 in un posto di blocco lungo il tragitto per problemi “burocratici”, ospiti dei militari che nonostante il torrido clima ci offrono un buon te. Finalmente si riparte e si raggiunge il campo base a 2.800 m (2 ore di cammino dal parcheggio dei pulmini) dove ci attendiamo e ceniamo.
Il giorno seguente è dedicato all’acclimatazione, con delle brevi sgambate su e giù per qualche sentiero che offre delle piccole ma pittoresche cascatelle. Il 20 agosto si sale al campo alto a 4.200 m; incontriamo molti muli che scendono con le spedizioni che ci hanno preceduto. L’area di sosta è abbastanza limitata e angusta, per cui non si può salire se prima non scende qualcuno. Il panorama nella sottostante valle è splendido come il tempo di questi giorni. Ceniamo su una pittoresca balaustra di sassi dove ammiriamo il tramonto del sole e già immaginiamo di essere in vetta.
Mercoledì 21 agosto; sveglia in piena notte e si parte. Con passo lento ma costante saliamo in fila indiana. Spettacolare al sorgere del sole, l’ombra conica della montagna. Si alza un freddo vento che ci sferza fino alla vetta a 5.165 m dove arriviamo tutti intirizziti ma soddisfatti del panorama che spazia dall’Iran, all’Armenia, all’Anatolia a alla sottostante piana.
Rientriamo subito al campo base a 2.800 m e ci ritiriamo in tenda quasi senza cenare dopo una estenuante ma splendida giornata. Il giorno seguente rientriamo a Dugubayazit non prima di aver ammirato l’Iran Border Gate, il vicino confine con l’Iran (alla frontiera ci sono quasi due chilometri di TIR fermi in attesa di entrare), un grande e profondo cratere dove è precipitata una meteorite negli anni cinquanta, e soprattutto il Noah’s Ak Silhouette, lo scavo della biblica Arca di Noè.
Rientrati i città mi concedo un vero bagno turco in un locale incredibile; tutto realizzato in marmo con decine di cellette, acqua corrente gelata, vapore asfissiante e piani in marmo per i tanto declamati massaggi che provo con immenso piacere per la mia schiena e per gli stanchi muscoli delle gambe. Andiamo a cene al Isahak Pasha Palace, un antico minareto sulla collina soprastante le città dove si può ammirare un tramonto mozzafiato e dove abbiamo potuto mangiare dell’ottimo pollo e montone arrosto.
Il 23 agosto rientriamo nella capitale che visitiamo per l’intera giornata seguente: Santa Sofia, la Moschea Blu, le viuzze ed il caratteristico quartiere medievale, il Topkapi. Vi posso garantire che Instanbul è veramente meravigliosa… e poi a cena sul Galata bridge, il ponte sul Bosforo dove festeggiamo alla grande la splendida spedizione. Il mattino seguente, è ora di ripartire per tornare in Italia, certi di aver partecipato ad uno dei più belli e affascinanti viaggi.

Chi volesse delle immagini e delle notizie più accurate può consultare il sito www.claudioschranz.it. Claudio è infatti stato più volte assoldato da un grande studioso e ricercatore dell’Arca; dopo numerosi viaggi, lo stesso Schranz è riuscito a fotografare sulle pendici dell’Ararat, dei reperti lignei ipoteticamente appartenenti all’Arca.

Qualche notizia in più sull’Arca

E’ proprio sull’Ararat che è focalizzata l’attenzione degli storici e degli esploratori in quanto, dalla letteratura della Bibbia, appare evidente che su di esso a quota 4.800 m, in corrispondenza di un vistoso altopiano, sia approdata l’Arca di Noè, alla fine del diluvio.
In questa posizione è rimasta visibile, come risulta da testimonianze storiche, fino al 2 luglio 1840, quando, per effetto dei movimenti eruttivi del monte stesso, che risulta di origine vulcanica, la struttura dell’arca, costituita secondo il libro della Genesi da un piano di base con funzione di doppio fondo, da un piano inferiore e da un secondo e terzo piano, si è scissa in tre tronconi. Il primo, che rappresenta la parte più consistente dell’Arca, corrispondente presumibilmente a tre piani superiori, è scivolato a quota 4.300 m, il secondo costituito dal piano base, si è staccato ed è finito in un braccio del ghiacciaio Parrot a quota 4.065 m, il terzo è scivolato fino a quota 3.960 m, nella gola di Ahora.
Quanto scritto è frutto di deduzioni tratte da esplorazioni sul loco realizzate da uno dei più accaniti ricercatori internazionali dell’Arca: il ricercatore Angelo Palego